Chi si allena in qualcosa finisce per contare le pratiche svolte. I giorni di disciplina, le regole rispettate, i libri finiti, le ore di esercizio.
Quel conteggio è utile e insidioso allo stesso tempo. Utile perché rende visibile lo sforzo. Insidioso perché il numero cresce anche quando il risultato non arriva.
Il meccanismo è la sostituzione del fine con il mezzo. Le pratiche sono comode da misurare, il risultato no. La mente misura ciò che può, e col tempo comincia a considerare la misura come il risultato.
Si arriva così a un errore preciso. Ci si dichiara a posto perché si sono fatti tutti i passaggi previsti. Ma un elenco completato non dimostra che la cosa per cui era stato pensato sia avvenuta.
Da qui una regola prudente. Finché quello che volevi cambiare non è cambiato, il lavoro non è finito, per quante pratiche tu abbia accumulato.
La ricaduta pratica è affiancare al conteggio una prova diretta. Non quante volte ti sei esercitato, ma cosa sai fare oggi che sei mesi fa non sapevi fare. Se la seconda risposta non c'è, la prima non conta.