In un gruppo basta una persona che crolli perché altre la seguano. La crisi si propaga in poche ore. La spiegazione comoda è la compassione. È sbagliata. Il contagio funziona anche tra persone che si sopportano appena.
Il meccanismo parte da un punto in comune. Un individuo riconosce nell'altro la stessa disponibilità a provare una certa emozione. Non serve stima, non serve amicizia. Basta che quella situazione potesse capitare anche a lui. Da quel punto si forma una somiglianza parziale. La reazione dell'uno diventa allora possibile per l'altro.
L'ordine dei fatti è rovesciato rispetto al senso comune. Prima ci si riconosce simili, poi si prova compassione. La pietà è un effetto della somiglianza percepita, non la sua causa. Per questo può commuoverci uno sconosciuto che ci somiglia. E può lasciarci freddi un amico in una condizione che non sappiamo immaginare.
La ricaduta pratica riguarda chi guida gruppi. Un malessere non si ferma isolando la persona che lo mostra. Si ferma togliendo il punto in comune che lo rende plausibile per gli altri. Finché ognuno teme che possa capitare anche a lui, il contagio resta aperto.