Questi figli sono miei. Questa ricchezza è mia. Chi ripete queste frasi si sta preparando una sofferenza precisa.
Il meccanismo sta nel significato della parola possesso. Possedere qualcosa vorrebbe dire poterla tenere e poterne decidere. Nessuna delle due cose vale davvero. I figli diventano persone che decidono da sole. I beni cambiano valore, si perdono, restano indietro.
C'è un passaggio ancora più duro. Nemmeno tu appartieni a te stesso nel senso pieno. Il corpo cambia senza chiedere, la mente produce pensieri che non hai scelto, la durata non la decidi. Se il possesso di sé è già incerto, quello delle cose lo è ancora di più.
Da qui viene il tormento. Non nasce dalle cose, nasce dallo scarto tra la promessa contenuta nella parola mio e i fatti. Ogni volta che la realtà si muove, chi ha detto mio sente un tradimento. Chi non lo ha detto vede solo un cambiamento.
La ricaduta pratica non è smettere di curare quello che si ha. È cambiare il verbo. Al posto di possedere, usa custodire per un tratto di strada. Cambia il modo di tenere le cose, e cambia soprattutto quanto fa male quando se ne vanno.