Quando qualcuno ha paura, la prima cosa che fa è spostarsi. Cerca un luogo, un gruppo, una formula, una persona che lo protegga.
Il meccanismo è la velocità. La paura chiede sollievo immediato, e un rifugio esterno lo dà in pochi minuti. Capire la causa richiede giorni o mesi. Fra le due opzioni non c'è gara, e la mente sceglie sempre quella rapida.
Il problema è che il sollievo dura quanto la permanenza nel rifugio. Appena si esce, la situazione è identica, perché non è stato toccato niente di ciò che produceva la paura.
Da qui nasce un ciclo riconoscibile. La persona torna al rifugio sempre più spesso e per periodi sempre più lunghi. Il rifugio diventa un obbligo, cioè una seconda gabbia che si aggiunge alla prima.
La ricaduta pratica non è rinunciare al sollievo, che serve per reggere il momento. È non scambiarlo per una soluzione. Il rifugio compra tempo. Quel tempo va usato per guardare la causa, altrimenti si paga due volte.