Un sentimento si chiama religioso per la sua forma, non per il suo oggetto. Le caratteristiche sono sempre le stesse. Adorazione di un essere ritenuto superiore. Timore del potere misterioso che gli si attribuisce. Sottomissione cieca ai suoi comandi. Impossibilità di discuterne i principi. Desiderio di diffonderli. E la tendenza a vedere un nemico in chiunque non li accetti.
Quando questi tratti compaiono tutti insieme, il sentimento è religioso. L'oggetto può essere una divinità, un idolo, un capo vittorioso o un'idea politica. Il soprannaturale e il prodigioso ritornano ogni volta uguali. Un gruppo riveste di potenza misteriosa la formula che in quel momento lo infiamma.
Non è religioso soltanto chi adora una divinità. Lo è chiunque metta tutte le risorse della mente e tutta la volontà al servizio di una causa. Basta che quella causa diventi il fine e la guida dei pensieri e delle azioni.
La ricaduta pratica è un cambio di domanda. Davanti a una convinzione altrui non chiedersi se parla di religione. Chiedersi se ammette obiezioni, se ha un'autorità intoccabile, se divide il mondo in fedeli e nemici. La risposta dice come quella convinzione funziona, molto più del suo contenuto.