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Psicologia delle folle

Pillola

Un atto può essere un crimine per la legge e non per chi lo compie

La legge guarda l'atto. La psicologia guarda il movente. Quando un gruppo agisce insieme, le due cose smettono di coincidere.

Dopo una fase di eccitazione, chi è dentro un gruppo agisce quasi in automatico. Le facoltà critiche restano spente. A muovere le mani è una spinta ricevuta dagli altri, non una decisione presa da soli. Il movente non è il tornaconto personale.

Da qui nasce la differenza con il criminale comune. Il criminale comune sa di trasgredire e agisce per sé. Chi partecipa a una violenza collettiva è convinto di avere fatto il proprio dovere. Non prova rimorso, perché non ha mai avuto la sensazione di scegliere.

L'atto resta grave e la legge lo punisce. Ma chiamare criminale quella persona spiega poco di ciò che è successo. Cercare in lei una natura malvagia porta fuori strada. Quasi sempre è una persona qualunque, che da sola non farebbe niente di simile.

La qualifica giudiziaria e la spiegazione psicologica rispondono a due domande diverse. Una serve a stabilire chi risponde di un fatto. L'altra serve a capire come quel fatto sia diventato possibile. Confonderle fa perdere di vista la condizione che ha reso irresistibile la spinta.

Resta curioso

Se dentro il gruppo manca la sensazione di scegliere, in quale momento esatto una persona smette di sentirsi autrice di ciò che fa?

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Un dipendente esegue una decisione collettiva che da solo non prenderebbe mai. Cosa può fare la persona accanto a lui per interrompere quell'automatismo?

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