La legge guarda l'atto. La psicologia guarda il movente. Quando un gruppo agisce insieme, le due cose smettono di coincidere.
Dopo una fase di eccitazione, chi è dentro un gruppo agisce quasi in automatico. Le facoltà critiche restano spente. A muovere le mani è una spinta ricevuta dagli altri, non una decisione presa da soli. Il movente non è il tornaconto personale.
Da qui nasce la differenza con il criminale comune. Il criminale comune sa di trasgredire e agisce per sé. Chi partecipa a una violenza collettiva è convinto di avere fatto il proprio dovere. Non prova rimorso, perché non ha mai avuto la sensazione di scegliere.
L'atto resta grave e la legge lo punisce. Ma chiamare criminale quella persona spiega poco di ciò che è successo. Cercare in lei una natura malvagia porta fuori strada. Quasi sempre è una persona qualunque, che da sola non farebbe niente di simile.
La qualifica giudiziaria e la spiegazione psicologica rispondono a due domande diverse. Una serve a stabilire chi risponde di un fatto. L'altra serve a capire come quel fatto sia diventato possibile. Confonderle fa perdere di vista la condizione che ha reso irresistibile la spinta.