La fine di qualcosa spaventa più di quanto meriti. Aiuta ricordare che nessuno resta lo stesso a lungo. Il corpo si rinnova, le opinioni si spostano, i desideri di dieci anni fa non sono più i tuoi.
Chi eri da bambino è finito. Chi eri da ragazzo è finito. Ogni passaggio ha cancellato un modo di pensare, di parlare, di volere. Sono state fini vere, non metafore.
Eppure nessuna di quelle fini ti ha fatto paura. Sono passate senza allarme, spesso senza che te ne accorgessi. Questo è il punto. Se la fine di un modo di essere era sopportabile ogni volta, il timore non riguarda la fine in sé.
Il meccanismo è la continuità dell'osservatore. La paura nasce quando immagini di assistere alla perdita restando presente. Ma nelle transizioni passate nessun testimone ha guardato sparire il sé precedente. C'era solo il sé nuovo, occupato a vivere.
Nella pratica questo cambia il modo di guardare le rotture. Un lavoro che si chiude, una città che si lascia, una storia che finisce. Ognuna somiglia alle transizioni che hai già attraversato. Non è la prima volta, è solo la prima volta che la vedi arrivare.