Ci sono tre modi di fare un favore. Il primo lo registra subito come credito e lo dichiara. Il secondo non lo dice, ma dentro di sé considera l'altro un debitore. Il terzo quasi non se ne accorge, come una vite che ha fatto l'uva e non chiede altro.
La differenza non è di stile. È il punto in cui l'azione si conclude. Nei primi due casi l'azione non finisce quando finisce. Resta aperta, in attesa di un ritorno. Nel terzo si chiude nel momento stesso in cui è compiuta.
Da qui viene il peso psicologico. Chi tiene il conto vive in una contabilità permanente. Ogni gesto genera un'aspettativa. Ogni aspettativa non ripagata genera rancore. Chi non tiene il conto passa all'azione successiva. Fa come il cavallo che ha corso o l'ape che ha fatto il miele.
C'è un'obiezione ragionevole. Sapere di aver fatto una cosa utile è normale e sano. Ma sapere è diverso da esigere. Puoi vedere chiaramente quello che fai senza trasformarlo in una fattura.
La prova pratica è una sola. Se il gesto ti pesa quando nessuno lo nota, non era ancora finito quando lo hai compiuto.