I gruppi non hanno mai avuto sete di verità. Davanti a un'evidenza sgradita si voltano dall'altra parte. Se l'errore seduce, preferiscono trattare l'errore come sacro.
Il meccanismo è di difesa. Una credenza condivisa non è soltanto un'idea. È anche appartenenza, identità e ordine mentale. Smontarla non toglie un'informazione sbagliata. Toglie un pezzo di terreno sotto i piedi di chi ci sta sopra.
Per questo chi sa illudere diventa facilmente padrone. Offre appartenenza e certezza in un colpo solo. Chi invece prova a disilludere viene percepito come un aggressore. Non importa quanto siano solide le sue prove. Le prove attaccano ciò che le persone sono, non ciò che pensano.
La conseguenza pratica è scomoda. Avere ragione in pubblico contro una credenza diffusa è quasi sempre una posizione perdente. Chi la smonta viene isolato per primo, e la credenza resta al suo posto.
Resta comunque una via ragionevole per provarci. Non attaccare la credenza di petto. Lasciare che siano i fatti a incrinarla col tempo. E restare vicino a chi la sta perdendo, perché è in quel momento che serve qualcosa a cui appoggiarsi.