La crosta del pane si spacca in cottura. Nessun fornaio progetta quelle crepe. Sono un effetto secondario del calore che gonfia l'impasto. Eppure quelle crepe fanno venire fame.
Lo stesso accade altrove. Il fico troppo maturo si apre. L'oliva vicina a marcire prende un colore più intenso. La spiga carica di grano si piega verso terra. Presi da soli questi segni non sono affatto belli. Alcuni somigliano a difetti.
Il meccanismo sta nella relazione, non nella forma. Quei segni non sono l'obiettivo di un processo naturale. Sono la sua conseguenza. Chi conosce il processo li legge come prova che la cosa è arrivata al suo punto. La crepa dice che il pane è cotto. L'apertura dice che il frutto è pronto.
Per questo la stessa immagine cambia valore con l'occhio che la guarda. Chi non conosce il processo vede un guasto. Chi lo conosce vede un segnale, e il segnale piace perché porta informazione.
La ricaduta pratica è larga. Le rughe di un volto anziano sono un sottoprodotto visibile del tempo. Lo stesso vale per il legno che si scurisce e per il metallo che si ossida. Giudicarli in sé porta a chiamarli danni. Leggerli come tracce di un processo compiuto li rende leggibili, e spesso belli.