Un insieme di persone in preda al panico ha una firma riconoscibile. Nessuno ascolta più gli ordini. Ognuno pensa a sé senza riguardo per gli altri. La spiegazione ovvia dice che la paura è cresciuta tanto da rompere ogni vincolo.
L'ordine dei fatti è quasi sempre rovesciato. Lo stesso gruppo aveva superato pericoli uguali o peggiori senza cedere. E il panico scoppia spesso per motivi minuscoli, senza proporzione con la minaccia. Se la paura fosse figlia del pericolo, questi due fatti non starebbero in piedi.
Il meccanismo è un altro. I legami reciproci abbassavano il pericolo percepito da ciascuno. Finché reggono, nessuno affronta la minaccia da solo. Quando si allentano, quella protezione sparisce e il pericolo torna intero sulle spalle del singolo. A quel punto valutarlo enorme è ragionevole, non irrazionale.
Esiste anche il caso opposto e va distinto. Se il pericolo è davvero grande e i legami erano deboli fin dall'inizio, tutto cambia. Allora è il contagio della paura a spiegare quello che accade. È quello che accade tra sconosciuti in un locale che va a fuoco.
La ricaduta è un ribaltamento di lettura. Il panico non è una prova di forza dell'anima collettiva. È il segno che quell'anima si è già sciolta.