Un attore congedato a metà spettacolo protesta perché mancano due atti. La protesta ha senso solo se è lui a stabilire quanti atti compone l'opera. Ma non è lui a deciderlo.
Lo stesso vale per una vita. Ti sembra incompleta perché la confronti con una durata che avevi immaginato. Quella durata però non l'hai scelta tu. Non hai deciso di entrare e non decidi di uscire. Se non hai stabilito né l'inizio né la fine, la misura di completezza non può venire da te.
Segue una conseguenza che allevia. Se tre atti sono tutto ciò che l'opera prevedeva, quei tre atti sono il dramma intero. Non manca nulla. Manca qualcosa solo rispetto a un'aspettativa privata.
C'è anche una questione di legittimità. Non ti congeda un tiranno e nemmeno un giudice ingiusto. Ti congeda la stessa natura che ti aveva fatto entrare. Chi ti ha portato dentro ha il titolo per portarti fuori, e la sua decisione non è un torto.
Il modo giusto di uscire è quindi senza rancore. Chi ti congeda lo fa senza malanimo. Andarsene contenti non è rassegnazione. È riconoscere che la misura non era mai in mano tua.