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Il posto a cui torni rende sopportabile quello in cui devi stare

Immagina di avere una madre e una matrigna insieme. Faresti il tuo dovere verso la matrigna, ma torneresti sempre dalla madre. La stessa distinzione vale tra il luogo dei doveri e la pratica che hai scelto.

Il luogo dei doveri va servito con correttezza. Non si abbandona e non si tratta male. Ma non è lì che si riposa, perché non è stato scelto da te.

La pratica scelta funziona in un altro modo. Ci torni spesso e ti ci fermi davvero. Non serve a evadere. Serve a ritarare il metro con cui giudichi il resto.

Il meccanismo lavora in due direzioni. Dopo il ritorno, quello che incontri nel luogo dei doveri ti sembra tollerabile. E tu stesso diventi tollerabile per chi ci sta dentro con te. Chi non ha un posto dove tornare scarica lì tutta la tensione.

La frequenza conta più della durata. Ritorni brevi e regolari tengono il metro tarato. Un unico ritiro lungo all'anno non produce lo stesso effetto.

La prova è nel comportamento, non nella sensazione. Se dopo il ritorno tratti meglio le persone del luogo obbligato, la pratica funziona. Se ti rende soltanto più insofferente, è diventata una fuga.

Resta curioso

Se il posto scelto ritara il metro, come si distingue un rifugio che ti rimette in sesto da uno che ti serve solo a evitare?

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Un lavoro che non hai scelto e che non puoi lasciare adesso. Cosa deve avere una pratica personale per reggere quel peso?

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Chi sta bene solo quando torna al proprio rifugio sembra dipendere da esso. Perché in questo caso la dipendenza non è un difetto?

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