Un gruppo riunito e portato a un certo grado di eccitazione smette di comportarsi come una somma di persone. I sentimenti diventano estremi in entrambe le direzioni. La stessa assemblea produce gesti di sacrificio e decisioni feroci.
Il segno più chiaro è il voto contro il proprio interesse. In assemblee di questo tipo un ceto ha abolito in una notte i privilegi che lo definivano. Un'altra assemblea ha tolto a sé stessa la protezione legale. I suoi membri hanno mandato a morte i colleghi, sapendo che presto sarebbe toccato a loro.
Il meccanismo sta nel momento, non nelle intenzioni. Chi ha vissuto quelle sedute racconta che due giorni prima nessuno voleva quella decisione. È la crisi a produrla. L'urgenza cancella il calcolo individuale, e restano solo gli impulsi che circolano nella sala.
Da fuori sembra follia. Da dentro è la cosa ovvia da fare. Ognuno legge negli altri la conferma di ciò che sta per votare.
La difesa pratica è procedurale. Le decisioni irreversibili prese al culmine di una seduta vanno rinviate al giorno dopo. Non serve cambiare le persone. Basta togliere alla crisi il potere di decidere al posto loro.