Quando qualcuno racconta i propri fatti con franchezza, scatta la spinta a ricambiare. Le ragioni sono tre e agiscono insieme.
La prima è un senso di scambio. Sembra ingiusto ascoltare i fatti di un altro senza offrire i propri. La seconda è il timore di sembrare chiusi. Tacere dei propri affari pare quasi una scortesia. La terza è la più pericolosa. Chi si è già esposto sembra al sicuro, perché avrebbe troppo da perdere a parlare.
Quest'ultima è un pegno immaginario. Il fatto che qualcuno abbia parlato per primo non dice nulla sulla sua discrezione. Dice solo che ha parlato. Su questo meccanismo funzionano da sempre le trappole. Basta che una persona critichi per prima chi comanda, e l'altra si sente autorizzata a fare lo stesso.
La domanda giusta è diversa da quella che ci si fa di solito. Non è se l'altro si è esposto abbastanza. È se l'altro possiede i criteri per tacere.
Anche la vendetta segue lo stesso errore. Se qualcuno racconta in giro i nostri fatti, raccontare i suoi non ripara nulla. Aggiunge solo un secondo danno al primo, e stavolta è opera nostra.