Chi deve eseguire lavora meglio con un compito chiaro che con il quadro completo. Sembra una mancanza di rispetto. È soprattutto una questione di attenzione.
Un piano intero contiene alternative, ipotesi e rischi che non riguardano chi deve agire adesso. Chi lo riceve comincia a valutarli, e ogni valutazione toglie energia all'esecuzione. Nasce l'esitazione, cioè la peggiore nemica di un gesto che va fatto bene e subito. Un compito preciso ha invece un solo confine e un solo criterio di riuscita.
C'è anche un effetto sul morale. Le notizie favorevoli spingono, perché mostrano che lo sforzo sta producendo qualcosa. Le informazioni cupe che nessuno può usare producono solo paura. E la paura si diffonde più in fretta di qualsiasi ordine.
Qui però passa un confine che conviene non superare. Filtrare ciò che non serve ad agire è organizzazione. Nascondere un rischio che riguarda le persone stesse è un'altra cosa. Quando si scopre, e prima o poi si scopre, il gruppo non crede più a nessuna comunicazione, comprese quelle vere.
La misura giusta è questa. Si dice tutto ciò che serve per agire e tutto ciò che serve per decidere se restare. Il resto si tiene finché non diventa qualcosa su cui qualcuno può fare qualcosa.