Esiste una regola che ribalta il rapporto abituale con chi insegna. Non fare nulla di cui non hai capito il motivo. L'unica eccezione è l'esperimento dichiarato, fatto sotto la guida di chi lo propone.
Il motivo non è morale. I risultati di un lavoro sono proporzionali alla consapevolezza con cui lo si fa. Lo stesso esercizio ripetuto senza capirlo rende molto meno dello stesso esercizio compreso. La comprensione non è un accessorio della pratica, è ciò che le dà forza.
Da qui una conseguenza spiacevole per molti percorsi. La fede non aiuta, e in questo modo di lavorare diventa un ostacolo. Chi crede smette di verificare. Appena smette di verificare perde il criterio per capire se sta andando avanti o indietro.
Ne segue un dovere ruvido. Prima di muoversi bisogna essersi convinti da sé che la cosa detta è vera. Finché la convinzione non arriva, la mossa corretta è non fare nulla. L'attesa non è pigrizia, è la condizione perché lo sforzo successivo renda.
Il criterio si applica facilmente. Davanti a un consiglio conviene chiedersi se si saprebbe spiegare a un altro perché funziona. Se la risposta non c'è, si sta eseguendo e non imparando.