Una persona lascia i piaceri più facilmente di quanto lasci il proprio dolore. Sembra assurdo. Ha una logica precisa.
Il dolore antico non è più solo dolore. È diventato una spiegazione. Spiega perché la vita è andata così. Spiega perché una certa cosa non è stata tentata. Toglilo e resta un vuoto pieno di domande senza risposta.
Dà anche un posto riconoscibile. Chi soffre ha un ruolo, riceve attenzione, ottiene un permesso implicito. Rinunciarci significa perdere anche tutto questo.
Per questo si difende. Chi propone che quella storia possa chiudersi viene sentito come un nemico e non come un aiuto. La reazione è sproporzionata, e proprio la sproporzione dice quanto quel dolore serve.
Va fatta una distinzione. Il dolore che arriva dalla vita non si evita, e attraversarlo insegna qualcosa. Il dolore coltivato è un'altra cosa. È quello ripetuto, raccontato, tenuto in caldo perché rende.
La ricaduta pratica è una prova mentale. Immagina che il torto che racconti da anni venga riparato domani. Se insieme al dolore senti di perdere anche un pezzo di te, quel dolore stava lavorando per te.