Quasi tutto quello che ci circonda è arrivato a un certo punto e a un certo punto se ne andrà. Lo sappiamo in astratto. Viverlo è un'altra cosa, e chi lo vede davvero anche per un solo giorno non torna più come prima.
Il meccanismo è come teniamo in mano le cose. Trattiamo ciò che c'è come se fosse stabile, quindi ci appoggiamo sopra tutto il peso. Quando cambia, il crollo è proporzionale all'appoggio. Chi vede l'inizio e la fine appoggia in modo diverso. Usa senza incastrarsi.
C'è un secondo effetto che riguarda il dolore. Molta sofferenza non nasce dalla perdita, nasce dalla sorpresa della perdita. Un fatto previsto e un fatto imprevisto hanno lo stesso peso ma un impatto molto diverso.
Attenzione a non trasformarlo in tristezza anticipata. Vedere la fine non serve a rovinare il presente. Serve a smettere di rimandare, perché la finestra in cui una cosa esiste è limitata.
La ricaduta pratica sta in una domanda. Guarda qualcosa che dai per scontato e chiediti da quando esiste. Quasi sempre la risposta la rivela più recente e più fragile di quanto sembrasse.