Quasi tutti condividono le stesse premesse generali. Nessuno sostiene che il bene vada evitato. Nessuno difende l'ingiustizia in astratto. Su questo piano l'accordo è quasi totale e non produce nessuna discussione.
Il conflitto compare un gradino più in basso. Compare quando quelle premesse vanno applicate a un caso concreto. Uno guarda un gesto e lo chiama coraggio. Un altro guarda lo stesso gesto e lo chiama follia. Entrambi credono di difendere lo stesso principio.
Il meccanismo è questo. Un principio generale non contiene le istruzioni per riconoscere i casi che gli appartengono. Quel riconoscimento lo fa una persona, con la sua esperienza e i suoi interessi. Ed è lì che le strade si separano.
Capirlo cambia il modo di discutere. Attaccare i valori dell'altro è quasi sempre un errore di mira. I valori dichiarati spesso coincidono davvero. La divergenza sta nella descrizione dei fatti e nel modo di classificarli.
Le discussioni utili scendono quindi al livello giusto. Non chiedono se la lealtà conta, ma quale comportamento in quella situazione la rispetta. Spostare la domanda dal principio al caso rende il disaccordo esaminabile invece che identitario. Diventa una questione di prove e di definizioni, non di appartenenza.