Si crede che i malintesi nascano dalle parole. Con una lingua unica ci capiremmo tutti. Non è così.
Chi parla e chi ascolta usano già le stesse parole ogni giorno, e ugualmente si fraintendono. Quindi il problema non sta nel vocabolario. Sta in ciò che l'ascoltatore è in grado di ricevere.
Il meccanismo è questo. Una parola non trasporta un significato pieno. Richiama nell'altro ciò che l'altro ha già. Se quell'esperienza manca resta un suono corretto e vuoto.
Esistono livelli diversi di comprensione condivisa. Il primo è il più sorprendente. Ognuno resta nella sua lingua di sempre, eppure finalmente si capisce. Non sono cambiate le parole, è cambiato chi le usa.
Il secondo livello ha una scrittura comune, come i numeri o le formule. Ognuno la pronuncia a modo suo e tutti leggono la stessa cosa. Il terzo livello è l'identità completa fra ciò che si dice e ciò che si scrive.
La ricaduta è scomoda per chi insegna. Migliorare la spiegazione aiuta fino a un certo punto. Oltre quel punto va fatto crescere chi ascolta.