Si dà per scontato che gli stati di coscienza siano due. Il sonno della notte e la veglia del giorno. In realtà sono quattro, e i due più alti restano quasi sempre chiusi.
Il terzo stato è il ricordo di sé. È la coscienza di esserci mentre si agisce. Il quarto è lo stato oggettivo, quello in cui le cose si vedono come sono.
Il meccanismo che li tiene chiusi è sottile. Lampi dei due stati alti capitano a chiunque. Ma vengono giudicati da dentro lo stato in cui si vive di solito. Uno strumento tarato in basso non misura ciò che sta sopra di lui.
Così l’esperienza rara viene archiviata male. Diventa un’emozione, una stranezza, un episodio senza seguito. Non diventa mai l’indizio che esiste un altro modo di funzionare.
La ricaduta pratica riguarda il vocabolario. Quasi tutte le parole che usiamo per la mente descrivono solo i due stati bassi. Per gli altri due mancano i nomi, e ciò che non ha nome non viene cercato.