Quando qualcuno agisce ci sono solo due casi. O fa la cosa giusta, e allora non hai motivo di essere scontento. O non la fa, e allora sta sbagliando senza volerlo.
La seconda parte sembra generosa, ma poggia su un motivo preciso. Nessuno perde volentieri la verità. Nessuno accetta di buon grado di essere ingannato. Allo stesso modo nessuno rinuncia volentieri alla capacità di trattare gli altri come meritano. Chi la perde non la sta regalando. La sta perdendo per ignoranza.
La prova si vede nelle reazioni. Chiama qualcuno ingiusto, ingrato o avido. Guarda come reagisce. Si offende, si difende, spiega. Nessuno accoglie l'accusa con indifferenza.
Quella reazione dice una cosa sola. Anche chi si comporta male vuole essere giusto. Se davvero preferisse l'ingiustizia, sentirsi chiamare ingiusto gli farebbe piacere.
La ricaduta pratica riguarda il tono. Davanti a un errore involontario l'indignazione è fuori bersaglio. Serve mostrare l'errore, non punire l'intenzione, perché l'intenzione non c'era. E chi viene trattato come uno che ha sbagliato, invece che come un nemico, ha molte più possibilità di correggersi.